di Massimo Palozzi - Il consueto rapporto annuale pubblicato lunedì dal Sole 24 Ore sulla criminalità nelle province italiane questa volta ha riservato una gran brutta sorpresa. Non del tutto inaspettata, visti i segnali che si andavano moltiplicando da un po’ di tempo a questa parte. Tuttavia la freddezza dei numeri ha fatto un certo effetto. Con 4.535 denunce, nel 2023 Rieti si pone al 63° posto su 106 province, ancora nella metà inferiore di una classifica dominata da Milano e Roma (rispettivamente prima e seconda per indici di criminalità), ma con una dinamica a dir poco preoccupante. Il dato di maggior impatto è infatti quello relativo, perché in un solo anno la Sabina scala ben 17 posizioni dall’80^ in cui si trovava appena dodici mesi fa, quando le denunce erano state 4.133, cioè 402 in meno.
Roma a parte, nel Lazio fa peggio solo Latina (33^), territorio noto per infiltrazioni malavitose date dalla contiguità con la Campania. Per il resto, Viterbo si piazza al 68° posto e Frosinone addirittura all’87°.
Nei dintorni stanno meglio di Rieti sia L’Aquila (96^) sia Ascoli Piceno (72^), mentre Terni si piazza al 50° posto, evidenziando una crisi ancora più forte sul fronte dei reati.
Dinanzi a questi numeri la prima reazione è di sgomento. Perché, giova ripeterlo, non è tanto il dato in sé a colpire, quanto il rapido stravolgimento di un’abitudine alla (quasi) totale tranquillità.
Nell’esame dei risultati dell’indagine del quotidiano economico vanno certamente mantenuti equilibrio e sangue freddo, con la consapevolezza però di come l’aria sia cambiata. Guardando all’intera penisola, Rieti può essere ancora considerata un’area relativamente tranquilla, ma non più l’isola felice del recente passato. Del resto, la cronaca nera è ormai sempre più piena di episodi un tempo impensabili e purtroppo la tendenza è all’aumento rispetto a un fenomeno ancora in fase embrionale, sia per dimensioni che per qualità.
Lo spaccio di droga e i furti nelle abitazioni non sono un fatto di oggi. Ma mai come adesso il traffico di stupefacenti aveva assunto le proporzioni e il livello di imprenditorialità raggiunto ultimamente. Lo stesso dicasi per i saccheggi nelle case, diventati un vero e proprio incubo nella sostanziale impotenza di magistratura, prefettura e forze dell’ordine.
Accanto a questo quadro “macro” si moltiplicano i reati cosiddetti minori, che nella percezione comune rappresentano però un indice assai inquietante. Macchine e motorini rubati, piccoli furti nelle auto, i primi scippi, il moltiplicarsi delle truffe, da quelle dello specchietto a quelle ai danni degli anziani, hanno rotto quella pax sociale tipica del Reatino. Ed è prevedibile che il loro numero cresca, insieme all’insidia di condotte sempre più violente da parte degli autori.
Niente panico, dunque, ma nemmeno una sottovalutazione cieca del fenomeno. Che peraltro cade in un momento particolarmente sfortunato, dato il contemporaneo avvio dei vari corsi di laurea che stanno richiamando in città una popolazione studentesca finora sconosciuta.
Al momento l’accoglienza riservata a questi nuovi residenti è piuttosto lacunosa. Mancano alloggi adeguati. L’offerta culturale è nel complesso quasi assente: una mostra ogni tanto o una stagione teatrale minima e praticamente inaccessibile ai ragazzi non bastano di sicuro ad innalzare il livello di attrattività. Lo stesso giro di locali occupa una porzione ristretta di centro storico, con non poco disturbo per i residenti. Se a tutto questo si aggiunge la percezione di una città insicura, la compromissione reputazionale è garantita.
L’immagine è una questione importantissima, ma è della sostanza che ci si deve occupare in prima battuta. Il controllo del territorio non può essere affidato solo alle pattuglie di Polizia e Carabinieri o alle telecamere lungo vie e piazze, che pure sono strumenti fondamentali di prevenzione e repressione. Servono politiche attive capaci di rendere vivi tutti i quadranti della città, la quale conosce invece una preoccupante settorializzazione. Ci sono infatti quartieri con pochissimi servizi, preda di un progressivo spopolamento come il centro storico, troppo spesso trasformato in palco per qualsiasi tipo di evento o manifestazione usa e getta, mentre gli edifici abbandonati dopo il terremoto stanno lì a finire di deteriorarsi senza un futuro. E poi ci sono i quartieri dormitorio, dove la gente si rifugia per godersi il comfort di costruzioni più moderne e a prezzi migliori. Nel mezzo l’elemento dirompente: la crescente presenza di immigrati e rifugiati che il sistema dell’accoglienza non riesce a gestire in modo efficiente e che ha introdotto un fattore di novità potenzialmente esplosivo a livello di convivenza.
Anche in questo caso la novità non è assoluta, ma riguarda più che altro i fenomeni di devianza. Come dimostrano i dati dell’Ufficio Studi di Confartigianato Rieti resi noti venerdì, nella nostra provincia i residenti stranieri rappresentano ormai oltre il 9% della popolazione totale. Su scala regionale, la provincia reatina è addirittura quella che ha registrato la variazione percentuale maggiore sul numero degli imprenditori esteri nel periodo 2010 – 2022 con un +74%, nettamente al di sopra della media regionale.
“Questo studio – commenta il direttore di Confartigianato Imprese Rieti Maurizio Aluffi – ripropone con forza il tema dell’immigrazione che, se guidata con intelligenza, costituisce una ricchezza per l’intero sistema economico”, a patto che sia “regolamentata e con un sistema formativo adeguato alle esigenze delle imprese”.
22-09-2024

